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Ottaviano Nelli,Jacopo Salimbeni (?) e collaboratori,Giudizio Universale.

Ottaviano
Nelli e Jacopo Salimbeni (?), Giudizio Universale(part. della Gerusalemme
celeste)

Ottaviano Nelli e Jacopo Salimbeni (?)(parte del Cristo giudice)

Giudizio Universale (part. dell' Inferno)
Ottaviano Nelli, Giudizio Universale (part. dell'inferno)
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Verso l'anno 1900 vengono presi accordi tra
l'Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti e il Ministero
di Grazia, Giustizia e Culti, circa i lavori per il restauro del tetto
e la ripulitura del soffitto di Sant'Agostino. Appena iniziati, i lavori
riservano una grande sorpresa. Nell'autunno del 1901, infatti, sono messe
in luce porzioni di un vasto affresco nell'arco trionfale della chiesa.
Dopo le fasi di scopritura, operate da Domenico Brizi attorno al 1903,
si appura definitivamente che l'intero arco è dipinto con un unico
soggetto: il Giudizio Universale. Il vasto affresco (poco meno di 100
metri quadrati di superficie, considerati anche i soggetti sottostanti)
viene ulteriormente restaurato dal Polidori attorno alla metà degli
anni Sessanta (1963 circa) a cura della Soprintendenza ai Monumenti.
Per descriverlo, riportiamo quanto scritto da Pio Cenci poco dopo lo scoprimento:
"L'intiero arco è
dipinto ad un unico soggetto: il giudizio universale [...].
Attorno alla vasta superficie
(limitata, in alto, dalla tettoia a doppio spiovente; ai lati dalle pareti
del tempio; dall'arco ogivale e dai piloni che lo sorreggono, in basso)
corre un ricco festone a guisa di cornice intrecciata a fiori, verdure
ed arabeschi, ed interrotto a distanze simmetriche da ovali nei quali
spiccano mezze figure di profeti, ad eccezione di quello del timpano dove
si vede l'agnello apocalittico, e i due prossimi all'apertura dell'arco
che dovevan portare due stemmi, ora sventuratamente periti.
Entro quest'artistico
ornato, su fondo azzurro cupo svolgesi grandioso tema. Nel centro in un
grande ovale arancio imitante l'oro, vedesi Dio giudice, cinto di gloria
in aspetto grave e maestoso, seduto su l'iride in atto di respingere con
la sinistra i dannati, e d'invitare dolcemente con la destra gli eletti
[...]. L'iride su cui posa
il Signore, lo circonda ancora - secondo l'espressione dell'Apocalisse
- ed è a tre colori smaglianti, simbolo pittorico della Trinità.
Fra i raggi della gloria
che partono dalla persona del Redentore, si scorgono molti angeli, gli
uni in azzurro opale gli altri in rosso vivo (cherubin et seraphin), che
intrecciandosi con le ali formano una duplice corona fuori dall'orbita
segnata dall'iride.
Distribuito in doppia
fila il collegio apostolico siede all'uno e all'altro lato del Redentore,
in piccoli troni, portando ciascuno degli Apostoli in mano una polizza
in cui oltre il proprio nome è scritto l'inciso `ad iudicium'.
Al disotto degli apostoli, veggonsi divisi in doppia schiera simmetrica
- alla maniera delle `theoriae sanctorum' dei dipinti bizantini - i giusti;
l'una è presieduta dalla Madonna e dalla martire s. Caterina cinte
in fronte di aurea corona; l'altra dal Battista che precede gli eletti
della Chiesa docente (dottori, cardinali, pontefici) essi pure invitati
ad assistere al grande momento. Una leggera candida nube, rotta solo nel
mezzo, separa cotesta `giuria' dal mondo sottostante.
[...] All'echeggiare delle
trombe della riscossa si scoperchiano gli avelli e dalle rupi infrante,
dalle fosse aperte tornano alla nuova vita i sepolti, tinti in volto di
terrore. [...] Fra i risorti, alcuni sembrano avere già udita la
sentenza finale, e vedonsi i giusti incamminarsi alla destra del Redentore
verso una città, la Gerusalemme celeste, cinta di mura, alla cui
porta siedono gli apostoli Pietro e Paolo.
Fa meraviglia (per il
singolare anacronismo che suppone il purgatorio dopo la resurrezione)
vedere sul cammino che là conduce, una fornace, raffigurante il
purgatorio, dove piombano i giusti risorti, attratti dalle spire di orridi
aspidi, per poi venir raccolti da angeli pietosi ed introdotti nella celeste
città. Ivi è raffigurata la gioia dei santi che in estatica
contemplazione si beano a mirar Dio che ivi ancora campeggia attorniato
da uno stuolo di angeli. Sventuratamente questa parte del dipinto è
fatiscente, e della figura di Dio restano appena languide traccie.
Alla sinistra la città
dolente si svela in tutta la terribile pompa de suoi tormenti. In quell'aere
greve senza stelle e senza speme, spettri orribili arraffano coi roncigli
e coi tridenti le vittime trascinandole nei cupi abissi. Ivi sono rappresentate
tutte le colpe: la donna lasciva, il giudice che vende la sua coscienza,
il sacerdote che trasse giorni inverecondi, il tiranno che oppresse, il
povero che bestemmiando imprecò alle sue pene, l'operaio e il negoziante
fraudolenti; e tutti sono sottoposti a raccapriccianti tormenti consigliati
da bizzarra immaginativa ed applicati alla scorta d'una giustizia tremenda".
Il Giudizio Universale,
unanimente attribuito al pittore tardogotico eugubino Ottaviano Nelli,
con interventi di bottega, e datato dalla critica recente tra la fine
del secondo e l'inizio del terzo decennio del XV secolo, venne con ogni
probabilità eseguito in due tempi diversi: inizialmente fu realizzata
soltanto la parte alta dell'affresco; seguì una breve pausa dei
lavori, che forse comportò anche dei cambiamenti a livello iconografico,
e quindi venne dipinta la parte bassa. La prima porzione va riferita con
sicurezza ad Ottaviano Nelli, coadiuvato da un anonimo collaboratore di
bottega. L'altra si deve quasi per intero ad un frescante strettamente
legato all'arte dei fratelli Salimbeni da San Severino: l'ipotesi più
probabile è che si tratti di Jacopo, il minore dei due settempedani.
Il pittore fu di sicuro "compagno" del Nelli in questa seconda
fase dei lavori, e quindi non operò in concorrenza o in sostituzione
di lui: a testimonianza di ciò rimangono limitati interventi autografi
del maestro eugubino nella porzione inferiore del vasto affresco. La differenza
tra le dimensioni dei personaggi della parte alta e di quella bassa del
Giudizio Universale, permette una precisa individuazione delle due zone:
alla prima fase dei lavori appartengono il Cristo giudice nella grande
mandorla e gli angeli che lo circondano, gli apostoli in trono, le due
teorie di santi in adorazione e parte della sottostante scena, molto fatiscente,
della Visione beatifica. In un secondo momento, invece, furono eseguite
le porzioni che rappresentano la Resurrezione, il Purgatorio, la Gerusalemme
celeste e l'Inferno.
La differenza di dimensioni rilevata sembra essere in parte dovuta ad
un aggiornamento del programma iconografico, avvenuto dopo che circa metà
dell'opera era stata già realizzata. La scena più bassa
(e quindi l'ultima) eseguita sulla scorta del programma iniziale dovrebbe
essere la porzione superiore della Visione beatifica. Essa risulta affiancata
a scene con personaggi di dimensioni minori, ad ulteriore incoraggiamento
dell'ipotesi proposta. A questa divisione dell'affresco in base alle dimensioni
dei personaggi, corrispondono differenze di stile e di mani nell'esecuzione.
La parte alta è riconducibile ad Ottaviano Nelli, in una fase stilistica
molto prossima e forse appena posteriore alle Storie Mariane di San Francesco
a Gubbio, databili al terzo lustro del secolo. Con lui opera un principale
collaboratore (identificabile in via d'ipotesi con il cosiddetto "Maestro
di Santa Maria Nuova"), al quale spettano gli apostoli in trono e
i santi in adorazione sulla sinistra, e forse la Visione beatifica. I
limitati interventi del Nelli nella parte bassa (Resurrezione, angeli
del Purgatorio, etc.) denotano invece uno stile più vicino a quello
delle Storie Agostiniane nella retrostante abside della chiesa (riferite
dalla maggior parte degli studiosi ai primi anni Venti), e in genere alle
opere del maestro collocabili tra la fine del secondo e l'inizio del terzo
decennio. Inoltre la stragrande maggioranza della decorazione inferiore
rivela la mano di un artista di chiara estrazione salimbeniana, aggiornato
agli affreschi dell'Oratorio di San Giovanni Battista in Urbino che sono
del 1416, e quindi operante dopo questa data.Dall'esame stilistico della
porzione inferiore e dai documenti in possesso su Ottaviano Nelli, l'ipotesi
più probabile è che la decorazione dell'arco trionfale di
Sant'Agostino venne completata verso i primissimi anni Venti, e che il
Nelli, documentato ad Urbino alla fine del secondo decennio (1417, 1420)
abbia recato con sé a Gubbio per terminare l'opera un esperto e
affidabile artista conosciuto in quegli anni nella capitale feltresca.
Le analogie stilistiche tra le porzioni del Giudizio Universale di esecuzione
non nellesca e i dipinti più recenti dei sanseverinati sono in
alcuni casi addirittura sorprendenti, anche sotto l'aspetto della qualità:
per questo è lecito supporre che una personalità di primo
piano abbia atteso all'opera eugubina. Lorenzo Salimbeni muore tra il
1416 e il 1420, Jacopo è ancora in vita nel 1427; l'ipotesi più
probabile è quindi che l'intervento salimbeniano nel Giudizio Universale
sia dovuto al minore dei due fratelli, Jacopo appunto, il quale non potè
che accettare di buon grado l'invito rivoltogli dal Nelli (allora sovraccarico
di lavoro), considerate le ripercussioni negative che la morte del più
geniale Lorenzo dovette di sicuro avere sul suo operato.
E' questa una traccia attendibile per ricostruire la personalità
pittorica, finora alquanto evanescente, di Jacopo Salimbeni e, nel contempo,
una traccia inequivocabile degli stretti rapporti che intercorsero, specie
nel secondo decennio del secolo, tra il Nelli e l'ambito artistico dei
sanseverinati. Alla base del Giudizio Universale, nella porzione di muro
a destra, sotto il cornicione, rimangono i resti di un altro affresco
quattrocentesco, in parte coperto da uno dei piedritti del grande arco
della cappella presbiteriale di destra. Nella porzione attualmente visibile
è raffigurata la Madonna con il Bambino assisa su un monumentale
trono gotico e fiancheggiata dalla figura stante di San Giovanni Battista,
sormontata - quest'ultima - da un angelo. Si tratta di un'opera dichiaratamente
nellesca, forse dovuta ad Ottaviano in persona, e con ogni probabilità
all'incirca contemporanea ai restanti dipinti dell'abside e dell'arco
trionfale.
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